(T.W. Adorno, Minima Moralia, 1951)

via how lovely! | POP LIFE BLOG

In un panorama editoriale intasato da 5500 uscite al mese si ha bisogno di qualcuno che faccia delle scelte per te. Questo comporta arrivare a una definizione di immagine, una sorta di identità, dove chi si identifica lo fa con ciò che proponi. Se vuoi, lo stesso spirito che anima i brand e i negozi di moda; la costruzione, in questo caso, di un luogo in cui identificarsi.

All’interno del fare libreria al di fuori dello store feltrinelliano e simili, si muove un panorama invecchiato da una fossilizzazione di idee che hanno creato gran parte della stagnazione culturale esistente.

[…]

Un libraio indipendente non fa soldi, campa. Parlavo con un  amico, tempo fa, che mi chiedeva perché, in Francia, fare il libraio è un mestiere “normale” e in italia ti prendono per pazzo suicida. Rispondere a questo vorrebbe dire interrogarsi in primis sul fare cultura, sulle leggine sul libro che dovrebbero essere basate sullo sfoltimento dei catologhi e sul favorire l’emergere delle proposte valide, sul proliferare di un’editoria piratesca e speculativa di cui altrove mi sono occupato.
Penso sia finito il miraggio del fare libreria con il panorama editoriale minore: oggi, molta piccola editoria è tale perché ha cataloghi inesistenti e proposte illeggibili. Oggi, si deve cercare di fare operando scelte consone all’indirizzo che si vuole tenere.
La libreria indipendente non può sostenere la tuttologia e non può sopravvivere con i volumini in conto vendita. In fondo, indipendente è una parola bellissima di cui sarebbe necessario riappropriarsi del significato.
Credo sia molto evidente in libreria, più forse che in altri settori, la stagnazione di idee che si è venuta a creare: si lavora con i vecchi modelli di pensiero di quando tutto filava liscio, e questo ora non basta più. Come credo non basti trasformare le librerie in spazi di food, di living etc…
Mi spiace per quel genio vero che è Montroni, ma le librerie coop ora sono più interessate alla cottura del bucatino o al formaggio di malga che non a una proposta editoriale. Sarò all’antica , ma se voglio parlare di vini vado in osteria.

(Alessandro Assiri, titolare della Libreria Bocù di Verona, intervistato da Luigi Bosco su Poesia 2.0

Quello che spero è che possano crearsi, ovunque, relazioni con alcuni artisti/scrittori/editori che stanno sognando i libri del futuro. Non credo che la soluzione sia quella di far “scrivere” i libri con InDesign, ma di creare una piattaforma di creatività che porterà non ad una banale fusione di “contenuti multimediali” (l’autore che declama i suoi “versi”, un video che didascalizza un contenuto espresso con le parole, eccetera), che potrà solo disturbare una forma di comunicazione con l’altra, ma che già in fase di creazione possa risultare come una creazione condivisa, un progetto che nascerà già evoluto, già nuovo, già diverso. O – nel caso di un’opera già scritta – un nuovo modo per interpretarla.

Per riuscire in questa avventura servono autori coraggiosi e umili (riuscire a dividere/condividere il pensiero della “creazione” con altri richiede grande umiltà), editori capaci di capire l’evoluzione e non usarla solo come semplice “bandiera” da sventolare, utenti/lettori che vorranno trovare e scoprire forme di “intrattenimento” immersivo che potrà coinvolgere tutti i sensi in modo nuovo, più interattivo, più completo. La tecnica di produzione c’entra poco, in tutto questo, fosse solo quella sarebbe tutto molto facile.

(Luca Pianigiani, Libri “evoluti”: giovani, vivaci, promettenti… | Il Colophon – Rivista di Letteratura per il XXI secolo)


Profili.
Leggo: professione poetessa, critico letterario, artista polivalente, etc… Che mondo meraviglioso.

Guardo.
Avatar (che, tradotto, sono le faccine cui vogliamo assomigliare): un paio di Rimbaud, qualche Johnny Deep, paesaggi melensi e qualche culo di profilo.

Io amo il prossimo! Come sono tollerante. Io amo il mio prossimo.
Non è vero, sono un pirla. Perché è la tolleranza che ci frega, la tolleranza al posto dell’emancipazione; perché lasciamo scorrere e non facciamo nulla per porre in essere le condizioni necessarie ad uscire dal pantano.

Vogliamo veramente sfoltire?
Bene. Cominciamo a non pubblicare più, risparmiamo alberi e cazzate. Siamo stati tutti in silenzio per anni, torniamoci.
Torniamo a quando pubblicare era difficile, a quando si bussava alle portine e si prendevano pedate. Torniamo alle lunghe attese, ai cassetti con i fogli chiusi.

Le leggine sul libro che dibattono la scontistica: da libraio preferisco che ci sia qualcosa con cui prendermela piuttosto di niente, ma sappiamo tutti che la migliore proposta sarebbe alleggerire i cataloghi, gettare la spazzatura, quell’immondizia che ha già ammorbato l’aria di un’epoca condannata. Torniamo sempre lì, al grande privilegio poetico che avremmo di fare un’arte dove non si guadagna nulla, ma che proprio per questo non dovrebbe esimerci da responsabilità.

Tutti noi che abbiamo pagato per pubblicare, versato contributini, acquistato copiettine in omaggio amici-familiari, promossi dietro compenso a curatori di collane e scopritori di talenti, organizzatori di targhette e concorsini da ombrellone: cominciamo a dire basta, a far tre passi indietro verso un silenzio rispettoso, e magari tra un po’ cala chi ci mangia sopra, chi tira a campare, chi scrive poesia perché non ha un cazzo da fare.

Ascoltavo Rondoni, tempo fa, sostenere in una delle non troppe dichiarazioni che con lui condivido che ciò che muove l’editoria poetica è solo la vanità, e questo è giusto, come è giusto liberarsi di tutti quei favoritismi confusi per meriti.

Solo quando ce ne accorgeremo saremo arrivati dove dobbiamo arrivare.

(Alessandro Assiri, Forbicine)

(Source: poesia2punto0.com)

A volte dico, esagerando un po’, di essere cresciuto in una libreria. Una piccola libreria indipendente di Torino i cui proprietari, marito e moglie, per anni accettarono - sempre col sorriso sulle labbra - di aver tra i piedi, a volte per interi pomeriggi, un ragazzino che sfogliava molto e comprava poco. Ragazzino che quando non era da loro era a perlustrare gli scaffali della non lontana biblioteca civica. Quanta gratitudine nei loro confronti (che spero stiano bene) e anche nei confronti della mia città, che mi garantì, in un momento cruciale della mia formazione, il diritto di accedere gratuitamente a libri e riviste. Da allora sono diventato quello che gli analisti chiamano un «lettore forte», ovvero, qualcuno che sa fin troppo bene cosa significhi comprare libri, sia in Italia sia all’estero. Allo stesso tempo però sono diventato un forte utilizzatore di qualcosa che Rocco Pinto - e la cosa un po’ mi sorprende - non menziona mai nella sua lettera, ovvero, di Internet. E da utilizzatore di Internet mi sembra impossibile parlare oggi di libri, librerie e biblioteche senza prendere in considerazione l’impatto delle tecnologie digitali inclusi gli eBook, altra parola che non compare nella lettera di Pinto.

Come amante dei libri nonché utente Internet, non ho dubbi: le librerie dovranno cambiare. Dovranno infatti prima o poi inesorabilmente fare i conti con i vantaggi garantiti dalle librerie online tra cui un catalogo vastissimo consultabile dall’utente senza intermediari, consegna puntuale quasi ovunque nel mondo, liste dei desideri, suggerimenti personalizzati e recensioni spesso utili per orientarsi. Le librerie online più evolute consentono persino di sfogliare elettronicamente i libri prima di comprarli, proprio come in libreria.

In questo nuovo scenario le librerie - più che combattere una battaglia di retroguardia - dovrebbero a mio avviso provare a sfruttare il loro vero vantaggio competitivo, ovvero, quello di essere uno spazio fisico immerso nel tessuto urbano in cui i loro clienti vivono e lavorano. Spazio che cooperando con entità online (che offrono gli innegabili vantaggi di cui sopra) potrà offrire qualcosa che l’online non potrà mai dare, ovvero, esperienze umane dirette. Con librai intelligenti, ma anche con autori, critici e, soprattutto, con altri amanti della lettura nonché, perché no?, di altre arti. Insomma, spazi di socializzazione e di confronto mirati a vendere prodotti, certo, ma anche - e forse soprattutto - esperienze. Una metamorfosi tanto più importante in vista dell’inevitabile affermarsi degli eBook.

Da questo punto di vista il vero limite, anche se certamente non il solo, della legge Levi sul prezzo del libro è che sembra una legge degli Anni 70 del secolo scorso più che uno stimolo - come pure avrebbe potuto essere - ad affrontare il nuovo con intelligenza. Internet, però, piaccia o non piaccia a legislatori, editori e librai, non sparirà: sempre più persone useranno la rete, sempre più persone apprezzeranno gli eBook e i tablet e il flusso di innovazione, anche nei modi di fare business, non si interromperà. E’ quindi facile predire che non passerà molto tempo prima che si torni a discutere di libri e di librerie. Quando capiterà, però, questo amante dei libri sommessamente supplicherà di staccare gli occhi dallo specchietto retrovisore e di volgerli al parabrezza: c’è un mondo là davanti, diverso dal passato, ma probabilmente altrettanto entusiasmante, se non di più, per chi ama la parola scritta. Si tratta solo di capirlo e di costruirlo per tempo.

(Juan Carlos De Martin, Internet sfida e occasione per le librerie, La Stampa, 5 settembre, 2011)

Metodo (per arrivare a Gli esordi)

Conquistare un diverso rapporto con il tempo.
Continuare a farsi assalire dal romanzo. Girare sempre con pezzi di carta nelle tasche.
Tesserlo pensando ad altre cose, come in sogno.
Non farsi prendere dall’ansia. Se hai paura di non avere tempo sufficiente, rallenta ancora di più. Meno ci pensi e più il lavoro progredisce. Meno ti immergi e più vedi nel profondo. Solo una mente riposata può portare grandi pesi, in leggerezza. Non fare caso ai damerini, ai fogli di giornale. Non farti bloccare. Per andare avanti bisogna rompere per forza, tradire i fratelli e i maestri.
Le tue forze mentali sono scarse, ti prendono amnesie, tic e fissazioni. Ti è impossibile concentrarti, per questo devi lavorare su reticoli di appunti, riscrivendoli all’infinito e connettendoli. Devi avanzare cancellando. La tua testa è piena di fischi e di rumori, la gola è sempre serrata per l’angoscia. Eppure quando hai imparato a lavorarci assieme, la decima parte del più labile dei cervelli è sufficiente alla più grande delle imprese.
E se l’arte non ha più nessun futuro in questo mondo… ecco il momento ideale per dedicarsi a essa!
Lavorare in silenzio, nel silenzio.

(Antonio Moresco, Lettere a nessuno, Einaudi 2008, pp. 55-56, via Archivio Caltari)

Quello che servirebbe al settore del libro è un nuovo patto tra editori e lettori, che tenga in considerazione che il lettore conta molto di più nella determinazione del prezzo del libro e nella sua promozione in rete. Addirittura, gli editori dovrebbero guardare al lettore non più solo come a un lettore, come ha detto Richard Nash in una bellissima recente intervista a Huffington Post.

Cambia la relazione editore-lettore, prendono forma le nuove regole di questa relazione. Forse, prima ancora di scrivere una legge per la determinazione del prezzo degli ebook, che infatti sono esclusi dalla disciplina della legge Levi, sarebbe opportuno descrivere questa nuova relazione, redigere una sorta di manifesto che coinvolga editori e lettori in un nuovo sistema di regole.

Guardando all’oggi, l’assenza di disciplina sul prezzo dell’ebook potrebbe portare benefici ai lettori, ma molto probabilmente, nei prossimi mesi non sarà così. Alcuni grandi editori, infatti, hanno chiesto alle librerie online di firmare contratti che non consentono promozioni e sconti non concordati e che agiscono come e più della legge Levi. In altre parole, il prezzo è deciso dagli editori e la concorrenza tra le librerie potrà avvenire su tutto tranne che sugli sconti.

Guardando al domani, la disciplina sul prezzo degli ebook passerà, come si diceva, attraverso la ridefinizione del rapporto tra editori e lettori. Questo a noi interessa; convinti che non sarà un domani molto lontano.

blog bookrepublic » Blog Archive » Serve una legge (Levi) o un patto editori-lettori?

Ho l’iPad da due settimane e la vera novità - assolutamente inaspettata - è che ho ricominciato a leggere come si deve. “Come si deve” perché, contro i miei desideri e le mie intenzioni, negli ultimi tempi sentivo di leggere in maniera distratta e impaziente. Una cosa che non mi piaceva per niente.
Sull’iPad non vedo il libro, non ne sento lo spessore, posso persino ignorare il numero della pagina, non ho più la scusa del carattere troppo piccolo.
C’è solo la pagina, unica e pulita. Naturale concentrarsi solo su quella. Dappertutto, anche nei luoghi e nelle situazioni in cui non mi porto mai i libri.
Non ho il mito del volume e il profumo della carta non mi è mai piaciuto.
Sono decisamente una donna fortunata.
Leggerò meglio, spolvererò meno.

(Luisa Carrada, via Fabio Ferlin)

A PROPOSITO DEI TQ (MOBY DICK SIETE VOI)

“L’uomo è un problema che non ha una soluzione umana”, scriveva Nicolas Gomez De Avila.
Sarà per questo che tutti i tentativi di assorbirlo nella sua zolla di nascita (i determinismi dell’ambiente, della condizione economica, della genetica) finiscono per distruggerne la costituzione morale, la sua volontà di forma e di destino.
La trascendenza dal presente e la fede nell’immortalità hanno guidato per millenni l’avventura umana, consegnandoci opere destinate a durare, che oggi non siamo più capaci nemmeno di concepire, e non parlo solo delle piramidi o delle cattedrali.
L’illuminismo borghese, che avrebbe potuto essere uno di quei salutari momenti critici, capaci di spazzar via concrezioni idolatriche e restituire allo spirito la sua creatività, si è trasformato in una coazione a ripetere, che fa della negazione il suo unico atto ossessivo e autodivorante.
Il carattere presunto “progressista” consiste ormai unicamente nell’elaborazione di una mitolatria del soggetto, composta di narcisismo e vittimismo in ugual misura, il cui carattere demistificatorio è in realtà puramente risentito e denigratorio, vivendo parassitariamente di ciò che afferma di combattere. Un esempio: la chiesina atea dello UAAR, che fa del cristianesimo il responsabile dei mali del mondo e incita ossessivamente allo “sbattezzo”, come gesto liberante e propiziatorio, senza accorgersi di ripudiare il rito per scadere nel ridicolo dello scongiuro.
Nessuna autocritica di fronte al clima sempre più evidentemente depressivo che circonda le giovani generazioni, alla pochezza delle manifestazioni artistiche e politiche in genere, ridotte allo statuto vittimario di lobbies inferocite, che chiedono maggiore riconoscimento e procedono nella disintegrazione del corpo sociale. Manca il coraggio di ammettere che la democrazia così intesa è solo un altro nome per ciò che normalmente s’intende come nichilismo, e che Nietzsche definiva come l’epoca dell’”ultimo uomo”

In questi giorni è tutto un via vai di articoli giornalistici, manifesti programmatici, associazioni generazionali di gente di cultura e operatori dell’editoria, che si propongono di moralizzare l’ambiente e dirottare energie pubbliche e private dal becero consumo all’arte “impegnata” e di qualità. Sono i TQ, un gruppo di intellettuali Trenta-Quarantenni, tra cui si possono riconoscere alcuni scrittori, editors e blogger che godono di già ampi spazi nel Web e altrove, in quanto appartengono all’unica area ideologica cui si riconosce (anche da parte dei maggiori media) una vera e propria posizione culturale. Avranno ancor più visibilità, completata la procedura del reclutamento, ma non è questo il problema e non è neanche una novità.
Sono trent’anni buoni che assistiamo alla nascita di queste parrocchie che spacciano il proprio perimetro ideologico per i sogni di un’intera generazione.
In realtà si tratta di autopromozione. Di sè e dei propri sodali. Di un “politicamente corretto” nel fare scrittura, editoria, cultura e spettacolo. Sperando nel consenso e nello sfruttamento della militanza gratuita di un pubblico potenzialmente ampio, quello dei lettori “de sinistra”.
E’ dalla fine del movimento che poteva ancora credersi rivoluzionario (cioè dal ’78 o giù di lì) che le conventicole intellettuali della galassia pseudo-radicale si comportano così. Il ragionamento è più o meno sempre quello: noi siamo i buoni, abbiamo provato a cambiare il mondo, se non è riuscito non è colpa nostra. Adesso potremo pure averne un po’ di rendita, in termini di credibilità e visibilità nell’inferno capitalistico, in quella nicchia dove si fabbrica l’unico prodotto per cui il concetto di merce vale e non vale, cioè quello culturale, o no?
Così gli ex direttori di Lotta Continua sono diventati anchorman, Attila uno scrittore di successo, i fuorusciti dai centri sociali presidiano le case editrici e i blog alla moda. Ma prima lo facevano da singoli, la novità è che in gruppo e meglio, chiedendo addirittura di rappresentare un’intera generazione anzi due. Sotto un marchio che non essendo quello di una Chiesa o di un Partito può somigliare solo a quello di una loggia massonica.
Il cortocircuito sta proprio nella relazione tra “soggetto” e “oggetto” del discorso. Chiedere maggiore attenzione, risorse e spazi pubblici per ciò che ha uno spessore artistico più evidente del mero prodotto d’industria culturale, implica un criterio e un interesse pubblico. Se a stabilire il medesimo sono redattori di case editrici, riviste o blog e scrittori che già attualmente si collocano in un perimetro di vedute e di relazioni ben definito, a volte ai limiti del settarismo (per esempio avete mai provato a spiegare ad Andrea Inglese, firmatario dei manifesti, che un cattolico può essere qualcosa di diverso da un cameriere di Ratzinger?), la “pubblicità” del discorso tracima nell’alveo della preferenza ideologica. Infatti l’aspetto generazionale del TQ è cosa abbastanza risibile, rispetto alla sua identificazione culturale, che è la solita, cioè quella che già attualmente spadroneggia negli spazi web e editoriali “di qualità”: la qualità sono loro, lo sappiamo da tempo.
Si tratta di operazione “egemonica” nel senso gramsciano, molto più che di un contributo all’estetica e all’etica della trasparenza, su cui sono sicuro che il “reclutamento” manifesterà criteri di selezione anche ben diversi da quello generazionale (basta leggere l’intervista del transfuga Antonelli ad Affaritaliani per intuirlo, quando dice che il TQ a proposito dell’attività culturale e pubblicistica “individua una non meglio definita ma tuttavia unica morale e soprattutto – cosa più grave per la mia sensibilità – autoelegge un gruppo di persone a garante e vigilante di quest’etica”).
Mi spiegate cosa c’è di diverso da quello che io vedo quotidianamente da trent’anni a questa parte, da Alfabeta a Nazione Indiana?

Ora vorrei dire a questa nutrita pattuglia (tra cui ci sono anche diversi scrittori per cui ho personale stima): voi siete la malattia di cui credete di essere la cura.
Lamentate l’esiguità dei lettori italiani che cercano “la qualità” a fronte delle orde di consumatori di Moccia, thriller svedesi e Melissa P e chiedete spazi e denaro pubblico per un’editoria protetta, che preservi l’impegno anticapitalistico e lo sperimentalismo nell’arte non sacrificata all’onnipotenza del mercato.
Ma non vi passa mai per la testa che avete i lettori che vi meritate? Ancor più chiaramente, che la presunta complessità e la ricercatezza di cui vi ammantate nasconde un tale vuoto d’anima, una rappresentazione nichilistica e umiliante dell’essere umano, una incapacità di offrire all’uomo visioni di futuro, che non può che respingere chi ancora non ha contratto lo stesso morbo? Perchè i miei nonni con la terza elementare leggevano Manzoni e Tommaso Grossi e un perito elettronico di oggi chiude Moresco (o uno qualsiasi degli autori per cui strillate al capolavoro) a pagina 17?
La storia ridotta al cannibalismo degli antagonismi economici, l’amore alla negoziazione sessuale, l’opera alla superfetazione di un corpo e di una lingua senza soggetto, questo è quello che offrono le vostre rappresentazioni artistiche, e vi stupite che chi tiene più alla vita che all’estetica della decadenza preferisca letteratura di basso consumo con tanto di lieto fine?
Basta considerarne le conseguenze sulla psicologia dell’attuale generazione per accorgersi di quella che Henri J.M. Nouwen chiama “la paralisi dell’uomo nucleare”, il quale “ha perduto il senso della propria creatività, che sarebbe poi il senso dell’immortalità. L’uomo, quando non sa più guardare oltre la propria morte, mettendosi in rapporto con ciò che giace oltre lo spazio e il tempo della propria esistenza, perde il desiderio di creare e l’eccitazione di essere uomo”.
E’ questo, cari miei, il problema fondamentale, e non istituire riserve protette per lo scrittore o l’editoria post-moderna.
Per fare quel che dite di voler fare, cioè rinnovare le patrie lettere e dare una nuova moralità al circuito culturale dovreste cominciare da voi stessi, rinnegando una visione del mondo che è umiliazione dell’uomo e suicidandovi come militonti e settari per rinascere come persone.
Non lo farete, e al posto del berlusconismo in declino ci offrirete l’ennesima versione di un politically correct sterilizzato da ogni autentica pulsione vitale: la cosmetica del cadavere, prima di consegnare al sepolcro il caro estinto, cioè quella che fu un tempo la scommessa europea, nata dal felice incontro di Atene, Roma e Gerusalemme e oggi moribonda tra i diktat della finanza internazionale e il globalismo dell’accidia.

(Valter Binaghi, nei commenti a Due o tre cose che sto imparando con e su TQ – Nazione Indiana)

Bisognerebbe uscire dall’equivoco e partire dicendo che una buona scuola non “insegna” la scrittura creativa, ma la disciplina. Non può dunque essere paragonata, come troppi fanno, a un corso di cucito o di lingua per principianti, in cui si forniscono i primi rudimenti della materia. Potremmo semmai definirla una scuola per coloro che si occupano di scrittura creativa; nel senso che la materia prima (la creatività, la capacità di osservazione, la sensibilità per la narrazione) viene portata dai discenti, mentre al docente spetta il compito di fornire un metodo di lavoro, smussare le ingenuità, sviluppare le attitudini.
Una buona scuola dovrebbe funzionare partendo da questi presupposti. Viene però da chiedersi se questo, al di là dei nominalismi, accada per davvero. Perché di sicuro, oggi come oggi, l’impronta lasciata dalla frequentazione di una scuola di scrittura creativa appare piuttosto vistosa e omologante.

Semmai, e potremmo qui aprire in altro momento una discussione non campata in aria, sarebbe forse giusto che le scuole si dedicassero di più a insegnare il mestiere dello scrittore. Provare a uscire dalla tendenza, ancora imperante, di “insegnare a scrivere”, fissando canoni stilistici che vengono poi replicati senza troppa fantasia, per provare a “insegnare a essere scrittori”. Perché chi davvero aspira a tale qualifica, senza limitarsi all’estemporanea pubblicazione di un’opera, dovrebbe probabilmente sapere qualcosa di più sui meccanismi del mercato editoriale, sul modo di scegliere un editore cui proporsi, sulle modalità con cui proporsi, sui contratti (in relazione all’editore che si è trovato, ovviamente), sulla promozione di un’opera, sulle presentazioni al pubblico. Perché troppo spesso la vera disillusione arriva, per l’aspirante scrittore, da scelte sbagliate; inevitabilmente sbagliate, perché su questo nessuno gli ha mai spiegato come muoversi, come capire chi ha di fronte, come valutare le proposte e quali aspettative legittime riporvi.
E forse sarebbe una buona idea cominciare a insegnare qualcosa in questo campo. 

Cristiano Abbadessa, Pensieri sciolti sulle scuole di scrittura creativa | libri, autori e lettori di Autodafé

Nonostante di primo acchito l’equazione “produrre meno per produrre meglio” suoni molto bene, se ci si sofferma a riflettere si tratta di una proposta irrealizzabile, non priva di pericoli e soprattutto – purtroppo – inutile. Irrealizzabile, perché così come il salary cap per i giocatori di calcio, è una di quelle questioni destinate a essere dibattute all’infinito senza che si trovi mai un accordo abbastanza ampio per applicarla. Ma ammettiamo pure che fosse realizzabile, in tal caso si tratterebbe di una proposta che contiene in sé più di un pericolo, perché meno libri pubblicati vorrebbe dire meno bozze da editare, impaginare e correggere, meno traduzioni da assegnare ecc., togliendo lavoro e aggravando le condizioni già non facili di quella vasta area di “precariato culturale” che gravita attorno alle case editrici; e non solo, siccome non c’è nessun automatismo tra la diminuzione dei titoli pubblicati e l’aumento delle vendite di quelli restanti, almeno a breve-medio termine ciò rischierebbe di provocare una diminuzione del fatturato degli editori e un conseguente taglio degli organici degli stessi, senza alcuna garanzia di recuperare successivamente. Ma ammettiamo pure che tali rischi non esistessero, si tratterebbe comunque di una proposta sostanzialmente inutile: l’editoria – quella italiana non differentemente da quelle degli altri paesi - è alle soglie della rivoluzione digitale, e qui entra in campo la seconda questione, quella del ruolo di Amazon nel mercato editoriale prossimo venturo. Lo scenario che la diffusione degli ebook ci comincia a lasciare intravedere è quello di un mercato in cui, virtualmente, ogni singolo testo che sia mai stato scritto può diventare un libro “pubblicato”, autonomamente dall’autore stesso oppure per il tramite di retailer come Amazon che negli USA già offrono questo servizio, e magari messo in vendita al prezzo stracciato di 0,79 centesimi, con un conseguente aumento vertiginoso della produzione editoriale complessiva e un abbassamento generalizzato dei prezzi. Di fronte a uno scenario del genere, che non è attuale ma è molto meno lontano di quanto ci piacerebbe credere, ha davvero senso proporre la decrescita come rimedio ai mali dell’editoria, o non significa piuttosto combattere con la testa rivolta all’indietro invece che in avanti? Lottare contro il nemico di ieri, che già si avvia verso il declino, invece che con quello di domani, che avanza a grandi passi agguerrito e potente? Le sfide che noi che operiamo in questo settore abbiamo di fronte sono ben altre.

(Jacopo De Michelis, editor Marsilio)

Niccolò Perotti, erudito umanista italiano, scrive a Francesco Guarnerio. Siamo nel 1471, meno di vent’anni dopo l’invenzione di Gutenberg.

Cornucopiae

Negli ultimi anni, mio caro Francesco, mi sono spesso congratulato con l’età nostra, quasi avessimo ottenuto proprio ora un dono grande, invero divino, con il nuovo tipo di scrittura di recente giuntoci dalla Germania. Vedevo infatti che un uomo solo poteva stampare in un mese ciò che parecchi amanuensi a stento avrebbero potuto portare a termine in un anno … Questo mi induceva a sperare che entro breve tempo avremmo avuto una tale quantità di libri, che non sarebbe rimasta una sola opera che non ci si potesse procurare per scarsità o mancanza di mezzi … Ora tuttavia – o fallacia dei pensieri umani! – vedo che le cose sono andate ben diversamente da come speravo. Infatti, adesso che chiunque è libero di stampare ciò che gli aggrada, sovente gli uomini trascurano l’eccellenza, per scrivere, a puro fine di divertimento, ciò che meglio sarebbe dimenticare, anzi cancellare da tutti i libri. E anche quando scrivono cose degne, le stravolgono e corrompono al punto che sarebbe di gran lunga preferibile fare a meno di tali libri, anziché spedirli in migliaia di copie in tutte le provincie del mondo, col rischio, ahimè, di diffondere un così gran numero di menzogne.

(Niccolò Perotti, Cornucopiae, seu Latinae linguae commentarii, V.Curio, Basileae, 1526, col. 1033 citato da Robert Darnton, Il futuro del libro, Adelphi 2011, traduzione di Adriana Bottini)

(blog bookrepublic » Blog Archive » L’avevamo già sentita, in effetti)

Molti sono i casi più o meno legittimi di esproprio, ma in uno solo si realizza l’esperienza che diremo del furto reciproco e consapevole e che solitamente accade alla fine di una lunga storia d’amore. Perché nelle storie delle separazioni fioccano racconti come micosi, di pezzi, forchette e coltelli, sottratti alle argenterie comuni, delle librerie, mobili scomposti, smodulati, leggendo a ritroso il libretto delle istruzioni, dal secondo Vangelo Ikea e ricostituiti altrove monchi di una cassettiera o di un piano di lavoro. Eppure lo sai che il vero furto, compiuto in modo consapevole riguarda i libri di chi si è amato, e sempre si amerà, al momento in cui si preparano gli scatoloni – in genere alla letteratura si riservano quelli recuperati al supermercato sotto casa, dei pelati e della frutta e verdura – e non si sa bene come, pur non ignorandone il perché, ci si appropria indebitamente dei libri che non sono i tuoi, ma i suoi. In genere non è il titolo a fare gola quanto la collanina, la matrice grafica della casa editrice e sicuramente un posto di primo piano lo occupano le adelphiane, e a seguire le bianche Einaudi. Così quando l’antico amato ti invita nel suo nuovo appartamento la prima cosa che ti viene di osservare non è la presenza sul comodino di una nuova fotografia, “la faccia sovrapposta a quella di chissà chi altro, oh oh” ma se tra i suoi libri dovesse spiccare un titolo che ti appartiene magari con dedica a sancirne la proprietà. Si rubano, da veri lettori forti, non tanto i libri che non si sono letti quanto quelli amati condivisi, scoperta avvenuta durante il magnifico momento della messa in comune delle librerie. Quando si rivelano i doppioni – i libri come gli amori non sono mai atti unici – con un certo orgoglio da lecteurs avertis, così Bachmann, Bachtin, Broch – lei li sistemava in ordine alfabetico, tu per casa editrice – ed ecco allora che si ruba, si prende inavvertitamente la migliore edizione delle due, lasciando l’édition de poche o taroccata, all’altro. Talvolta invece vince la curiosità, il piano di lettura di opere che da anni aspettavano di essere lette, esattamente come il corpo così a lungo desiderato e non conquistato come si sarebbe voluto, e bisogna fare attenzione a che l’altro non abbia in mente la stessa playlist e quindi si ravveda più facilmente dell’ammanco. Ma i veri libri rubati sono quelli che ti porti dentro senza nemmeno sentire la necessità di possederne l’involucro, la carta. Sono fatti di personaggi e frasi che ormai ti abitano e che se pure ti sfiorasse l’idea di restituirli, non puoi, perché dovresti raschiare a fondo, strapparteli dalle corde vocali, dall’anima. Come se fosse possibile restituire carezze e baci della prima notte trascorsa insieme, magari all’addiaccio! Sono quei libri che fanno dei tuoi occhi lo sguardo di un ladro e vi osservate a lungo, voi amanti precari, nel corridoio che vi divide dai destini diversi, dalle camere separate, accennando a un breve sorriso, come di colui che è stato colto con le mani nel sacco, anzi negli scatoloni e quasi ti sussurra: C’est la vie… E già, la vita, sempre quella.

(Francesco Forlani, Livraisons, Note per un libretto delle assenze | Torno giovedì)