La farfalla impagliata diventa una fafarfalla impapagliata la fafarfalla impapagliata diventa una granfafarfalla grandinpapagliata. Davanti alla sua immensa finestra alta quanto quella di una cattedrale, il grande sadico eccezionale vibra come una budella elettrica piena di caucciù di niente. Il grande sadico eccezionale è completamente nudo e strofinato di fosforo, questo lo rende macabro e decorativo. I suoi occhi come la sua lunga femminea capigliatura sono bianchi come aria strigliata. Il suo portamento è fiero e senza pietà come in tutti i veri grandi sadici stilizzati, brevettati, e che hanno diritto a una pensione di stato. Il grande sadico eccezionale disdegna di mangiare il suo tempo profumato nell’erba spenta, di portare i guanti bianchi rosati di coloro che trasportano i loro riscatti in una lettiera di luce tarata. Vibra come una budella elettrica piena di caucciù di niente, ho detto, e lo ripeto e lo ripeterò tante volte quanto sarà necessario. È ansioso di continuare il suo penoso lavoro augusto o alfonso come volete chiamarlo. Già i suoi domestici arrivano con coccodrilli, nonne, damerini, aeroplani, mosche eccetera deponendoli di fronte alla grande finestra.
In uno slancio diabolico e remunerato, con un grido gioioso di tirolese defenestratore che danza attorno a un lago di morchia, si precipita sugli oggetti accumulati e li getta dall’alta finestra maestosa. È la sua vita gettare dalla finestra tutto ciò che esiste. Piano, piano, piano supplicano gli elefanti intrepidi ma terrorizzati. Il grande sadico eccezionale non si arresta nel suo venerabile slancio. Tutto quello che gli portano i servitori di vivo o di morto, dolce o salato, pesante o leggero, egli lo getta dalla finestra: sigari, marinai, appartamenti, ferrovie, caffelatte, sex-appeals, case, funghi eccetera. La finestra è collocata a un’altezza sufficiente perché gli oggetti dopo la loro caduta si trasformino in marmellata d’aranci, che miliardi di bambinetti leccano come mosche con le loro piccole bocche. I bambinetti battono gioiosamente fra loro le manine e gridano, marmellata, marmellata, marmellata, verso la finestra del grande sadico eccezionale. E senza respiro, a forza di braccia, egli getta pianoforti, dirigibili, monumenti, diplomatici, eccetera dalla finestra. Egli schiumeggia, traspira, stride i denti e si rende conto che deve superare se stesso e coronare la sua opera già incommensurabile. Non avendo più nulla sottomano, strappa la sua capigliatura bianca, le sue mani, i suoi piedi, li getta dalla finestra, e finalmente getta dalla finestra ciò che ancora rimane di se stesso lanciando un grido terribile, mentre si trasforma, dopo la caduta, come tutti gli altri oggetti, con grande piacere dei miliardi di bambinetti, in marmellata d’arancio.
(Jean Arp, Poesie, Quaderni della fenice 3, Guanda. Traduzione di Vincenzo Accame)