Cito un’altra cosa che a me sembra simile a una questione di tonalità musicale, cioè l’uso del discorso diretto e del discorso indiretto. Se io dico le parole di un personaggio in discorso indiretto produco un effetto più attenuato, più disteso, mentre se cito qualche parola in discorso diretto è come se passassi a un’ottava superiore. Gran parte del narrare si basa appunto su piccole questioni del genere: su ciò che viene detto dal narratore indirettamente per riferire un discorso diverso dal suo, e su ciò che il narratore dice direttamente come discorso proprio.

I vecchi narratori orali, quando parlavano della loro vita, non tracciavano un confine preciso tra le due cose, ma le due cose sfumavano impercettibilmente l’una nell’altra e loro non si preoccupavano d’indicare se citavano precisamente le parole di qualcuno o se invece le ripensavano a loro modo. Il discorso diretto è puntuale, il discorso indiretto invece indefinito o imperfetto, e questo c’entra molto anche con l’uso dei tempi, cioè dei tempi puntuali e dei tempi imperfetti. Ma notate come nei romanzi correnti questa distinzione tonale sia molto spesso spazzata via, a favore di un passato remoto fisso, tempo fin troppo puntuale. Una delle grandi risorse del lavoro narrativo è il gioco tra questi due diversi livelli della lingua, che di solito viene eliminato producendo un effetto paralizzante sull’immaginazione.

(Gianni CelatiModena 18 luglio 1994, in Il semplice: almanacco delle prose, n. 1, 1995, pp. 145-146)

Gianni Celati e il discorso diretto/indiretto « Tupolev!

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