In un panorama editoriale intasato da 5500 uscite al mese si ha bisogno di qualcuno che faccia delle scelte per te. Questo comporta arrivare a una definizione di immagine, una sorta di identità, dove chi si identifica lo fa con ciò che proponi. Se vuoi, lo stesso spirito che anima i brand e i negozi di moda; la costruzione, in questo caso, di un luogo in cui identificarsi.
All’interno del fare libreria al di fuori dello store feltrinelliano e simili, si muove un panorama invecchiato da una fossilizzazione di idee che hanno creato gran parte della stagnazione culturale esistente.
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Un libraio indipendente non fa soldi, campa. Parlavo con un amico, tempo fa, che mi chiedeva perché, in Francia, fare il libraio è un mestiere “normale” e in italia ti prendono per pazzo suicida. Rispondere a questo vorrebbe dire interrogarsi in primis sul fare cultura, sulle leggine sul libro che dovrebbero essere basate sullo sfoltimento dei catologhi e sul favorire l’emergere delle proposte valide, sul proliferare di un’editoria piratesca e speculativa di cui altrove mi sono occupato.
Penso sia finito il miraggio del fare libreria con il panorama editoriale minore: oggi, molta piccola editoria è tale perché ha cataloghi inesistenti e proposte illeggibili. Oggi, si deve cercare di fare operando scelte consone all’indirizzo che si vuole tenere.
La libreria indipendente non può sostenere la tuttologia e non può sopravvivere con i volumini in conto vendita. In fondo, indipendente è una parola bellissima di cui sarebbe necessario riappropriarsi del significato.
Credo sia molto evidente in libreria, più forse che in altri settori, la stagnazione di idee che si è venuta a creare: si lavora con i vecchi modelli di pensiero di quando tutto filava liscio, e questo ora non basta più. Come credo non basti trasformare le librerie in spazi di food, di living etc…
Mi spiace per quel genio vero che è Montroni, ma le librerie coop ora sono più interessate alla cottura del bucatino o al formaggio di malga che non a una proposta editoriale. Sarò all’antica , ma se voglio parlare di vini vado in osteria.
(Alessandro Assiri, titolare della Libreria Bocù di Verona, intervistato da Luigi Bosco su Poesia 2.0)
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