[L’Aquila, 6 aprile 2009]


e non mi dire niente se stasera torni e casa è un disastro

non mi dire niente

perché niente da dire è

adesso che crolla il verso e tutto si fa polvere

e polvere è

dolore solo 

si alza 

una mano

chi interroga chi


nicola è

chi non salta

non salta più

aquilano

è

è


(Alessandra Carnaroli)

Marcel Broodthaers, Comma & Exclamation mark, 1970 (in mostra al MAMbo a Bologna dal 26 gennaio al 6 maggio, andateci)

Marcel Broodthaers, Comma & Exclamation mark, 1970 (in mostra al MAMbo a Bologna dal 26 gennaio al 6 maggio, andateci)

Dopo l’esperienza di Re:CP, pubblicato grazie al contributo di 200 co-produttori e di questa piattaforma, chiediamo nuovamente il vostro sostegno per la pubblicazione di un altro libro che meriterebbe di essere tradotto e ristampato in italiano.

Circa un anno fa, mentre lavoravo alla mia tesi di dottorato, ho trovato su internet una copia usata di Garbage Housing, un libro pubblicato nel 1975 da Martin Pawley, che allora insegnava alla AA di Londra. Il libro mi ha subito affascinato perchè nonostante fosse stato pubblicato trent’anni prima mi è sembrato estremamente attuale. 

Così ho iniziato a cercare gli eredi di Pawley, per chiedere di avere i diritti per la ristampa e la traduzione del libro. Dopo mesi di ricerche, attraverso un giornalista inglese vicino alla familglia, sono riuscito a parlare con il figlio che, entusiasta della mia richiesta, ha deciso di concederci i diritti a titolo gratuito.

Purtroppo però per poter fare la traduzione e la stampa i costi sono troppo alti e visto che si tratta di un “libro per intenditori e appassionati” anticipare l’intera cifra sarebbe troppo impegnativo.

Per questo motivo LetteraVentidue vi invita a diventare co-produttori dell’opera, contribuendo attivamente alla “nascita” di questo altro libro attraverso il pre-acquisto delle copie al prezzo scontato di € 15,00 + un contributo spese di spedizione e imballaggio per l’ITALIA di € 3,00.

Alla chiusura del progetto, se riusciremo a raccogliere tutte le quote, vi chiederemo di versare la somma dovuto in base alle copie prenotate. Raccolti i fondi, il libro verrà tradotto in italiano e stampato al massimo entro i 6 mesi.

Per saperne di più su LetteraVentidue, vi invitiamo a visitare il nostro sito.

NB.
Nella prima fase dovrete dare solamente l’adesione, senza pagare subito. Vi sarà richiesto il pagamento solamente se saranno raccolte tutte le 300 quote. Vi preghiamo pertanto di dare l’adesione solamente se siete realmente interessati.

Grazie a tutti
Francesco Trovato
LetteraVentidue

(via Produzioni Dal Basso)

1953, risvolto di Le metamorfosi di Lalla Romano

Calvino scrive a Vittorini:

Caro Elio, l’altro giorno è venuta la Lalla Romano e io pensando di farla felice le ho fatto leggere il tuo risvolto. Difatti, era felice ma c’era la faccenda del “Cammina dai trent’anni verso i più in là” che le è un po’ dispiaciuta. Lì per lì non sembrava niente, ma ora mi ha scritto che desidera si elimini l’allusione all’età. Le scrivo di mettersi d’accordo con te e ti mando copia del risvolto, che è molto bello tutto così com’è; a ogni modo vedi se puoi aggiustare quel punto, dicendo per esempio: “La Romano, – piemontese, maritata e madre – varca ora la soglia ecc…”.
Io questa volta il risvolto lo farei firmato, così lei avrebbe quella distinzione sugli altri a cui tiene. (Non so se Einaudi sia d’accordo sulla fascetta). Che ne dici?
Vorrei pubblicare lo stesso testo, firmato, sul «Notiziario».
Rispondimi presto per favore.

Vittorini risponde:

Caro Calvino,
e perché non facciamo “dai vent’anni verso i più in là”? Non riuscirà ironico. Sarà molto galante. Semmai una punta ironica ci sarà tra lei e me. Poco male.
Firmare mi sembra esagerato. Ma nel «Notiziario» potresti intitolarlo, non so, Vittorini sulla Romano. Cioè qualcosa in cui c’entri il nome, senza proprio che sia firma.
Ciao. 

Risvolto pubblicato:

Lalla Romano fu tra i primissimi Gettoni con un libro di poemetti in prosa che chiamò Le metamorfosi. Oggi è con un romanzo che ritorna: una storia di rapporti umani che si realizzano, pagina su pagina, come rapporti ritmici, e che tuttavia tendono a mostrare, malgrado il loro ripetersi, quanto di unico e di insostituibile, di dato una volta per tutte, vi sia in ogni individuo. In questo, a percepire questo miracolo individuale, ha il discernimento amoroso di Jules Renard. E una pulita rapidità, nel fissarlo, per chi, insieme ai modi del grande scrittore francese, può far pensare a quelli della nostra bisnonna in narrativa Caterina Percoto. La Romano, piemontese, maritata e madre, varca con questo libro la soglia della maturità artistica, e può essere proprio contenta. 

(via dentro il cerchio)

Cito un’altra cosa che a me sembra simile a una questione di tonalità musicale, cioè l’uso del discorso diretto e del discorso indiretto. Se io dico le parole di un personaggio in discorso indiretto produco un effetto più attenuato, più disteso, mentre se cito qualche parola in discorso diretto è come se passassi a un’ottava superiore. Gran parte del narrare si basa appunto su piccole questioni del genere: su ciò che viene detto dal narratore indirettamente per riferire un discorso diverso dal suo, e su ciò che il narratore dice direttamente come discorso proprio.

I vecchi narratori orali, quando parlavano della loro vita, non tracciavano un confine preciso tra le due cose, ma le due cose sfumavano impercettibilmente l’una nell’altra e loro non si preoccupavano d’indicare se citavano precisamente le parole di qualcuno o se invece le ripensavano a loro modo. Il discorso diretto è puntuale, il discorso indiretto invece indefinito o imperfetto, e questo c’entra molto anche con l’uso dei tempi, cioè dei tempi puntuali e dei tempi imperfetti. Ma notate come nei romanzi correnti questa distinzione tonale sia molto spesso spazzata via, a favore di un passato remoto fisso, tempo fin troppo puntuale. Una delle grandi risorse del lavoro narrativo è il gioco tra questi due diversi livelli della lingua, che di solito viene eliminato producendo un effetto paralizzante sull’immaginazione.

(Gianni CelatiModena 18 luglio 1994, in Il semplice: almanacco delle prose, n. 1, 1995, pp. 145-146)

Gianni Celati e il discorso diretto/indiretto « Tupolev!

Raffaele Alberto Ventura, L'editore automatico | Nazione Indiana

Questa è una storia bizzarra, paradossale, persino affascinante. Una storia vera dell’epoca della coda lunga, che (naturalmente) inizia sulle pagine di Amazon…

Inserzione pubblicitaria realizzata da Ettore Sottsass e Roberto Pieraccini, pubblicata sulla rivista “L’Architettura” nel 1970 per la macchina per scrivere Valentine Olivetti.
La presentazione di Valentine avviene nel 1969, dalle pagine di “Notizie Olivetti”, all’indomani delle rivolte studentesche, mentre per le strade si invoca l’immaginazione al potere. Ecco le parole di Ettore Sottsass: «La portatile, oggi, diventa un oggetto che uno si porta dietro come si porta dietro la giacca, le scarpe, il cappello, voglio dire queste cose alle quali si bada e non si bada, […]. La Valentine l’abbiamo disegnata pensando un po’ a queste cose e pensando che una biro, un cappello, una giacca, una portatile, possano anche far parte, a un certo punto, di un tipo di ritmo, un catalogo di valori, di una misura di spazi che non siano inevitabilmente quelli della proprietà, del sussiego, della continuità, della definizione e tutte queste cose, ma possono anche essere gli ambienti, gli spazi, i ritmi, le dimensioni e i valori di una continua creatività, della permanente sconfessione e ricreazione dei linguaggi, di un permanente spostamento degli equilibri e alla fine di una specie di gioco di strizzatine d’occhio, di strette di mano, di passaggi di idee, di proposte».
[…]
La favola delle macchine da scrivere Olivetti è finita da tempo. Intanto anche il rapporto con il testo ha subìto una mutazione profonda: i programmi di videoscrittura hanno liberato il testo stesso da una certa autorità, lasciando che acquisisse i caratteri di un lavoro costantemente in progress. Di sicuro la relazione con la carta non è più così diretta, e le Valentine sono ormai pezzi di modernariato esposti nei più celebri musei di design. Sono nati e nasceranno nuovi riti, il linguaggio verrà ancora sconfessato e ricreato, e gemmeranno nuove manie legate agli strumenti, ma di certo l’Olivetti rimane ad oggi un’esperienza mai eguagliata nella storia della politica industriale e della cultura italiana. La domanda è se è ancora possibile nella cultura digitale e nei linguaggi attuali, in particolare in quelli legati al commercio degli oggetti, mantenere questa eredità, preoccuparsi della misura delle persone e non di quella del profitto, a partire dalla produzione fino alla promozione.
(Olivetti, cuore di macchina | Archivio Caltari)

Inserzione pubblicitaria realizzata da Ettore Sottsass e Roberto Pieraccini, pubblicata sulla rivista “L’Architettura” nel 1970 per la macchina per scrivere Valentine Olivetti.

La presentazione di Valentine avviene nel 1969, dalle pagine di “Notizie Olivetti”, all’indomani delle rivolte studentesche, mentre per le strade si invoca l’immaginazione al potere. Ecco le parole di Ettore Sottsass: «La portatile, oggi, diventa un oggetto che uno si porta dietro come si porta dietro la giacca, le scarpe, il cappello, voglio dire queste cose alle quali si bada e non si bada, […]. La Valentine l’abbiamo disegnata pensando un po’ a queste cose e pensando che una biro, un cappello, una giacca, una portatile, possano anche far parte, a un certo punto, di un tipo di ritmo, un catalogo di valori, di una misura di spazi che non siano inevitabilmente quelli della proprietà, del sussiego, della continuità, della definizione e tutte queste cose, ma possono anche essere gli ambienti, gli spazi, i ritmi, le dimensioni e i valori di una continua creatività, della permanente sconfessione e ricreazione dei linguaggi, di un permanente spostamento degli equilibri e alla fine di una specie di gioco di strizzatine d’occhio, di strette di mano, di passaggi di idee, di proposte».

[…]

La favola delle macchine da scrivere Olivetti è finita da tempo. Intanto anche il rapporto con il testo ha subìto una mutazione profonda: i programmi di videoscrittura hanno liberato il testo stesso da una certa autorità, lasciando che acquisisse i caratteri di un lavoro costantemente in progress. Di sicuro la relazione con la carta non è più così diretta, e le Valentine sono ormai pezzi di modernariato esposti nei più celebri musei di design.
Sono nati e nasceranno nuovi riti, il linguaggio verrà ancora sconfessato e ricreato, e gemmeranno nuove manie legate agli strumenti, ma di certo l’Olivetti rimane ad oggi un’esperienza mai eguagliata nella storia della politica industriale e della cultura italiana. La domanda è se è ancora possibile nella cultura digitale e nei linguaggi attuali, in particolare in quelli legati al commercio degli oggetti, mantenere questa eredità, preoccuparsi della misura delle persone e non di quella del profitto, a partire dalla produzione fino alla promozione.

(Olivetti, cuore di macchina | Archivio Caltari)

Un editore intelligente la metterebbe come clausola nel contratto di edizione: “L’autore si impegna a non avere un profilo su Facebook”. Gli scrittori, su Facebook, sono come i tuoi professori quando li incontri al supermercato: sono goffi, sono fuori luogo, molto peggio di come te li immaginavi, e cerchi di evitarli a tutti i costi. Gli scrittori, su Facebook, scrivono sempre cose che non fanno ridere, hanno un umorismo che sulla carta funzionerebbe anche, ma che su Internet fa pena, perché è lento e macchinoso come le battute di Family Guy. Se poi, ancora peggio, si mettono a scrivere cose serie, il risultato è sempre ridicolo. Ma è colpa del mezzo eh, che banalizza tutto. No. È che attraverso quel mezzo, se sei orrendamente narcisista, tutto quello che scrivi (peggio ancora se lo fai con un’intenzione, seria o ironica che sia) rimbomba come un applauso in un box auto di cemento. Con quel riverbero fastidiosissimo e breve, che sembra di plastica e si richiude subito su se stesso. Gli scrittori non dovrebbero mettere le loro foto su Facebook, non certo per l’idea in sé, ma perché sono sempre terribili, e ti passa veramente la voglia. “Ah ma è così? Va beh ma allora ho capito perché parla male di tutti”. Che magari è anche un ragionamento superficiale, anzi lo è, ne diamo atto. Però intanto il prossimo libro, quello che uscirà l’anno prossimo e che Lui metterà subito come foto profilo (ma li obbligano gli editori?) ci penserò quattro volte, prima di comprarlo. La verità è che quasi tutti gli scrittori non sono mai stati brillanti. Ma per fortuna c’era la carta a salvarli, e la splendida possibilità che ci era ancora concessa, di non viverli nel privato. E Facebook ha invece vanificato un lavoro di millenni. Smetterei di leggere anche Dostoevskij, se mettesse le sue foto su Facebook (perché so anche già quali metterebbe). E ovviamente sarei io a perderci. E allora perché? Se questa cosa fa male a tutti quanti – all’autore, all’editore, ai lettori – se il suo wall è sempre lordo di commenti ignobili e di blandizie di subumani a cui l’autore non farebbe nemmeno portare giù la spazzatura, semplicemente non facciamola più. I compagni del liceo che erano considerati fighi, su Facebook non li trovi mai. E non è un caso, è il Sistema che fa in modo che tu possa ricordarteli ancora fighi. Perché se li vedessi oggi, sposati con la loro compagna di classe e con le foto del trilocale che gli hanno regalato i genitori in una zona ben servita (leggi Precotto), non li considereresti più fighi. È per avere ancora una speranza. La gente vuole avere delle speranze, perché gliele togliete? Toglietegli i loro scrittori preferiti da Facebook.

(Source: ildeboscio.com)

Vite da libri immortalate nella libreria Abraxas-libris, a Bécherel, Bretagna.

Vite da libri immortalate nella libreria Abraxas-libris, a Bécherel, Bretagna.

Dagli stessi creatori dell’indispensabile (per chi vuole lavorare nel campo della grafica) manuale This is a print handbook, arriva una mini-guida alla rilegatura in due parti da scaricare e piegare (e se ce la fai è certo un buon inizio).Gratuita – o meglio, la “paghi” con un tweet, che non costa niente e non si nega a nessuno – la trovi qui.
(via Frizzifrizzi » Piccola guida portatile alla rilegatura)

Dagli stessi creatori dell’indispensabile (per chi vuole lavorare nel campo della grafica) manuale This is a print handbook, arriva una mini-guida alla rilegatura in due parti da scaricare e piegare (e se ce la fai è certo un buon inizio).
Gratuita – o meglio, la “paghi” con un tweet, che non costa niente e non si nega a nessuno – la trovi qui.

(via Frizzifrizzi » Piccola guida portatile alla rilegatura)

(T.W. Adorno, Minima Moralia, 1951)

via how lovely! | POP LIFE BLOG

08.03.11 You may possibly be in here
Writer/Designer: Marielle Castillo
Six Word Story Every Day (SWSED) by Anne Ulku and Van Horgen 
(via Cosebelle | Sei parole per una bella storia) 

08.03.11 You may possibly be in here

Writer/Designer: Marielle Castillo

Six Word Story Every Day (SWSED) by Anne Ulku and Van Horgen 

(via Cosebelle | Sei parole per una bella storia

In un panorama editoriale intasato da 5500 uscite al mese si ha bisogno di qualcuno che faccia delle scelte per te. Questo comporta arrivare a una definizione di immagine, una sorta di identità, dove chi si identifica lo fa con ciò che proponi. Se vuoi, lo stesso spirito che anima i brand e i negozi di moda; la costruzione, in questo caso, di un luogo in cui identificarsi.

All’interno del fare libreria al di fuori dello store feltrinelliano e simili, si muove un panorama invecchiato da una fossilizzazione di idee che hanno creato gran parte della stagnazione culturale esistente.

[…]

Un libraio indipendente non fa soldi, campa. Parlavo con un  amico, tempo fa, che mi chiedeva perché, in Francia, fare il libraio è un mestiere “normale” e in italia ti prendono per pazzo suicida. Rispondere a questo vorrebbe dire interrogarsi in primis sul fare cultura, sulle leggine sul libro che dovrebbero essere basate sullo sfoltimento dei catologhi e sul favorire l’emergere delle proposte valide, sul proliferare di un’editoria piratesca e speculativa di cui altrove mi sono occupato.
Penso sia finito il miraggio del fare libreria con il panorama editoriale minore: oggi, molta piccola editoria è tale perché ha cataloghi inesistenti e proposte illeggibili. Oggi, si deve cercare di fare operando scelte consone all’indirizzo che si vuole tenere.
La libreria indipendente non può sostenere la tuttologia e non può sopravvivere con i volumini in conto vendita. In fondo, indipendente è una parola bellissima di cui sarebbe necessario riappropriarsi del significato.
Credo sia molto evidente in libreria, più forse che in altri settori, la stagnazione di idee che si è venuta a creare: si lavora con i vecchi modelli di pensiero di quando tutto filava liscio, e questo ora non basta più. Come credo non basti trasformare le librerie in spazi di food, di living etc…
Mi spiace per quel genio vero che è Montroni, ma le librerie coop ora sono più interessate alla cottura del bucatino o al formaggio di malga che non a una proposta editoriale. Sarò all’antica , ma se voglio parlare di vini vado in osteria.

(Alessandro Assiri, titolare della Libreria Bocù di Verona, intervistato da Luigi Bosco su Poesia 2.0

Quello che spero è che possano crearsi, ovunque, relazioni con alcuni artisti/scrittori/editori che stanno sognando i libri del futuro. Non credo che la soluzione sia quella di far “scrivere” i libri con InDesign, ma di creare una piattaforma di creatività che porterà non ad una banale fusione di “contenuti multimediali” (l’autore che declama i suoi “versi”, un video che didascalizza un contenuto espresso con le parole, eccetera), che potrà solo disturbare una forma di comunicazione con l’altra, ma che già in fase di creazione possa risultare come una creazione condivisa, un progetto che nascerà già evoluto, già nuovo, già diverso. O – nel caso di un’opera già scritta – un nuovo modo per interpretarla.

Per riuscire in questa avventura servono autori coraggiosi e umili (riuscire a dividere/condividere il pensiero della “creazione” con altri richiede grande umiltà), editori capaci di capire l’evoluzione e non usarla solo come semplice “bandiera” da sventolare, utenti/lettori che vorranno trovare e scoprire forme di “intrattenimento” immersivo che potrà coinvolgere tutti i sensi in modo nuovo, più interattivo, più completo. La tecnica di produzione c’entra poco, in tutto questo, fosse solo quella sarebbe tutto molto facile.

(Luca Pianigiani, Libri “evoluti”: giovani, vivaci, promettenti… | Il Colophon – Rivista di Letteratura per il XXI secolo)